Ciò che poteva/doveva essere

13 gennaio 2014. Zurigo, Svizzera

Ne è passato di tempo da quel due aprile e da quel tredici settembre duemilaundici, da quei gol che in meno di trenta secondi hanno uno deciso le sorti di uno campionato e l’altro segnato per sempre la memoria collettiva degli appassionati di questo sport. Ancor di più ne è passato dal ventuno ottobre di due anni prima, il mercoledì sera che ha rivelato al grande calcio internazionale l’esistenza di quel ragazzetto gracile, arrivato a Milano dal Brasile ancora minorenne per compiere la sua missione. Quante cose sono cambiate, quanti trionfi hanno scandito questi anni. Quello di stasera, però, avrebbe un sapore decisamente diverso.

La sala è gremita, come sempre, dai migliori atleti del momento, da grandi campioni del passato e da diversi spettatori più o meno paganti. La cerimonia sta per finire, ma ovviamente il meglio deve ancora venire. Dulcis in fundo, come si suol dire. Dopo quasi un’ora di premi, menzioni e filmati vari, eccoci al vero motivo che ha spinto tutte queste persone ad essere qui.

E’ tutto pronto ormai. Fernanda Lima invita nientepopodimeno che Pelè a salire sul palco. “Siamo all’apice della serata”, asserisce convinta la bellissima padrona di casa. I candidati cercano di fare buon viso a cattivo gioco per mascherare la tensione. Il più tranquillo dei tre è, ovviamente, l’uscente Lionel Messi, dall’alto del suo personalissimo poker. Gli altri due, sono decisamente più inquieti: uno, Cristiano, sembra una statua di sale da quanto è teso, l’altro invece non smette di dispensare sorrisi – più per ingannare l’attesa che altro, anche perché sa di avere pochissime chance di trionfare.

Con l’andatura incerta tipica di un settantenne, Pelè è finalmente riuscito a farsi spazio tra le due più alte cariche del calcio mondiale, Michel Platini e Joseph Blatter. In mano non ha una semplice busta, ha LA busta. Su quel cartoncino dorato, infatti, c’è scritto il nome di quello che verrà eletto come il giocatore più forte del mondo. Succede tutto in una frazione di secondo: la busta si apre, O Rei la legge, alza la testa e con lo sguardo va a cercare quello dell’ormai vincitore del Pallone d’Oro. Un rapido cenno d’intesa, probabilmente con qualcuno della regia internazionale, e via alle danze.

“The name is…”, mentre l’inquadratura è prontamente passata ad una compressione dello stesso Pelè e dei tre nominati, “Cristiano Ronaldo!”. Applausi e urla di felicità dal pubblico, e il volto fino a quel momento contrito del portoghese che si scioglie in uno splendido sorriso. Classico bacio all’altrettanto splendida Irina, e poi via sul palco a ritirare l’ambito premio. Come ormai da qualche edizione a questa parte, con gli anni la cerimonia è diventata quasi una formalità, ma ora è ufficiale: Cristiano Ronaldo è, di nuovo e dopo cinque anni di dominio argentino, il giocatore più forte del mondo…

So a cosa state pensando. “Ma che roba è?? Non c’è nulla di inventato, tolto il preambolo resta il racconto più o meno fedele della vera cerimonia del Pallone d’Oro 2013“. Giusto, ma solo perché ho volutamente omesso un piccolo particolare. In questa storia il terzo candidato, l’altro, non è l’ottimo Franck Ribery, ovviamente. Su quella poltroncina elvetica, a fare da terzo incomodo, c’è Alexandre Rodrigues da Silva, dai più conosciuto come Pato. Perché quello è il posto che gli sarebbe spettato, così è come sarebbe dovuta andare. Perché un talento del genere – se ben sfruttato – non può che portarti in cima al mondo. Che, nel calcio contemporaneo, significa essere il primo tra gli umani, ovvero arrivare sul podio insieme a quei due. Perché, onestamente, quei due sono un’altra cosa. Quei due là non sono di questo pianeta.

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